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Quattro chiacchiere con... Dino Fiorenza

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E.B.: Da subito ti sei distinto per la tua tecnica innovativa, da dove nasce il tuo particolare modo di suonare il basso?

D.F.: Si, perché essendo autodidatta, quando ho iniziato a suonare ascoltavo più che altro tastieristi e chitarristi, figurati che non sapevo neanche cosa fosse un basso... per cui, quando ho preso questo strumento in mano, e quindi ho cominciato a riprodurre tutto cioè che ascoltavo e che mi piaceva, il risultato era tutto tranne che bassistico! Ascoltavo Frank Gambale e cercavo di riprodurre gli sweep sul basso, ascoltavo, per esempio Jens Johanson degli Stratovarius e cercavo di suonare quello che lui faceva con la tastiera. Inoltre cercavo di suonare soprattutto musica classica, principalmente Bach, e questo mi ha aiutato a sviluppare una tecnica quasi pianistica, per esempio per elaborare uno sweep ti serve una tecnica a due mani, perché non hai abbastanza corde per poter arrivare a un’estensione tonale così grande, come potrebbe darti la chitarra, e quindi ho studiato su libri di pianoforte.

E.B.: Hai mai trovato difficoltà nel confrontarti con queste cose senza avere nessuno che te le spiegasse?

D.F.: Sempre! Ma le ho superate credendoci.

 

 

E.B.: Quali artisti ti hanno influenzato maggiormente i tuoi gusti musicali?

D.F.: Il bassisti che mi ha più influenzato è Billy Sheehan, ma ci sono Michael Manring, Stu Hamm e Victor Wooten e poi ovviamente in Italia i bassisti migliori in assoluto sono Pippo Matino e Marco Caudai…ciao ragazzi! Suono un po’ di tutto però il genere che più mi piace ovviamente è il rock in tutte le sue forme espressive, metal, progressive, rock melodico…tutto! Mi piacerebbe invece approfondire la fusion, anche se, per certi versi, già la suono a livello di cover di Marcus Miller, Alain Caron…però non è musica mia.

 

 

 

 

Continua...

 


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