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F.Z.: Il genere musicale che ti si addice di più
è decisamente il rock; Tra le tante collaborazioni risalta il
nome di Irene Grandi, con la quale suoni tuttora. Puoi parlarci
delle tue esperienze con questa energica cantante italiana?
M.C.:
Conosco Irene da oltre 16 anni
e siamo grandi amici; abbiamo suonato tantissimo prima ancora
che lei diventasse una grande rock star italiana. Suonavamo insieme
in diverse bands toscane e le scorribande notturne nei clubs di
Firenze di 10/15 anni fa sono in pole position tra i nostri ricordi.
La cosa più bella che posso dire di lei (al resto ci pensano esaurientemente
stampa e riviste di cronaca rosa…) è che, da quando abbiamo ripreso
a lavorare insieme quattro anni fa, nulla sembra cambiato, ovvero
lei è sempre naturalissima, pane al pane vino al vino, scriviamo
insieme i testi e le musiche delle sue canzoni come lustri fa,
grande amicizia, gran carisma, grande professionalità, grande
affetto e devozione per la sua band e… guai a chi gliela tocca!!!
Sì, noi della band la proteggiamo come una sorellina ma... anche
lei spesso ci difende ad unghie tratte quando qualche “mina vacante”
ostacola il nostro percorso artistico.
F.Z.: Pur prediligendo il rock, grazie al jazz,
hai potuto suonare in tutto il mondo (Stoccolma, Goteborg, New
York, Washington…). Quali sensazioni ti trasmette questo genere?
E che emozioni hai provato suonando all’estero?
M.C.: Il jazz è stata quell’essenza
che mi ha permesso di maturare e di crescere, sia musicalmente
che tecnicamente; grazie al jazz ho imparato ad apprezzare e catturare
meglio sensazioni, vita, amici e tutto ciò che mi gravitava intorno...
Anche ora lo considero un po’ come la mia amante, sempre pronta
ad accogliermi fra le sue braccia quando “tonnellate” di overdrive
e decibel ostruiscono quasi irreparabilmente i miei timpani...
rock e jazz… il diavolo e l’acqua santa, no? Decisamente due essenze
che bilanciano l’uomo che non vuole rinunciare alla bestialità
ma nemmeno allo spirito!!! Suonare all’estero è stato bellissimo,
confrontarsi con la cultura statunitense e con quella nord europea
mi ha insegnato ad essere un po’ meno chiuso e più comunicativo
sul palcoscenico, meno timoroso di dover suonare necessariamente
tutto alla perfezione e… via al feeling, come on!!!